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Per chi crea e per chi vuole capirsi meglio: riconoscere i tuoi schemi, sciogliere i blocchi, tornare a scegliere.

Quando crei al meglio, sparisci nel fare e il tempo vola. Quello stato non si comanda: si libera.
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Se crei pensando a chi guarda, ti blocchi. La prima persona per cui fare una cosa sei tu.
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Il blocco creativo raramente è mancanza di idee. Più spesso è paura travestita da standard troppo alti.
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Quando il tuo valore dipende da come suoni, ti irrigidisci e suoni peggio. Il problema non è la tecnica.
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Più cose ottieni, più cresce la voce che dice: presto si accorgeranno che non vali. Non è umiltà, è un meccanismo.
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Hai pubblicato. Dovresti essere felice. Invece c'è solo un silenzio strano, e ti senti vuoto.
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Più un lavoro conta per te, più qualcosa dentro ti spinge a non finirlo. Non è pigrizia. Ha un nome.
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Non sempre un blocco emotivo si sente come dolore. Spesso è un'assenza: di slancio, di voglia, di te.
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Mentre crei, una voce commenta tutto e ti ferma la mano. Non si batte ad armi pari: si aggira.
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Non sei pigro. Stai evitando qualcosa di preciso, e finché non lo guardi continuerai a rimandare.
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L'autosabotaggio non urla. Lavora in silenzio, travestito da ragioni sensate. Ecco come riconoscerlo.
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Sai fare il tuo set a occhi chiusi. Eppure un'ora prima le mani si raffreddano e la testa parte.
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Ti carichi, parti in quarta, e dopo tre giorni sei di nuovo fermo. Non è colpa tua: stai contando sulla cosa sbagliata.
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Quello che non nomini ti guida lo stesso. Solo che non lo vedi, e quindi non puoi sceglierlo.
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Quella parte di te che reagisce prima che tu scelga non è un difetto. È una protezione che ha smesso di proteggerti.
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