Lezione

Suonare dalla paura o dallo Spazio: l'ansia del musicista

Quando il tuo valore dipende da come suoni, ti irrigidisci e suoni peggio. Il problema non è la tecnica.

Suonare dalla paura o dallo Spazio: l'ansia del musicista

C'è un momento, prima o durante l'esecuzione, in cui smetti di suonare e cominci a controllare. Ascolti ogni nota chiedendoti se è giusta, misuri la faccia di chi ti ascolta, e più ci provi più le mani si irrigidiscono. Il risultato lo conosci: suoni peggio proprio quando vuoi suonare meglio.

Il pianista e insegnante Kenny Werner, lavorando per anni con i musicisti, ha messo a fuoco il nodo: quando il tuo valore come persona dipende da come suoni, suoni dalla paura. E dalla paura non esce mai il tuo meglio.

Il valore incollato al suono

È una saldatura che si forma presto. Hai imparato che valevi se eri bravo, e a un certo punto chi sei e come suoni sono diventati la stessa cosa. Così ogni esecuzione non è più musica: è un esame sul tuo valore. Ogni nota stonata non è una nota stonata, è una prova che non vali.

Con questa posta addosso, è normale irrigidirsi. Non stai suonando: ti stai difendendo.

Anche lo studio può nascere dalla paura

Il nodo si annida anche nella pratica. C'è un modo di esercitarsi spinto dal terrore di non essere abbastanza: ore di studio non per amore, ma per scongiurare la vergogna. Alimenta lo stesso loop. Pratichi dalla paura, e insegni al corpo a creare dalla paura.

Liberati dal dover suonare bene, e per la prima volta suoni profondo.

Lo Spazio

Werner indica un altro luogo da cui suonare, che chiama lo Spazio: uno stato di quiete in cui non spingi, non controlli, e diventi quasi un orecchio che ascolta quello che nasce. Non è misticismo: è la stessa cosa che chiami essere dentro il pezzo, quando le mani vanno da sole e tu non ti guardi più suonare.

Lo Spazio non si comanda a forza. Si predispone togliendo la pressione che lo chiude. E la pressione, qui, è quel valore incollato al risultato.

Cosa cambia quando sganci le due cose

Il lavoro vero non è rilassarsi un minuto prima del concerto. È sciogliere la saldatura sotto: separare chi sei da come suoni, così che un'esecuzione riuscita non ti gonfi e una storta non ti distrugga. Non con la volontà, che qui rinforza solo la morsa, ma alla radice in cui le due cose si sono unite.

Quando quel nodo si allenta, smetti di suonare per dimostrare e cominci a suonare. E paradossalmente, senza più quel bisogno disperato, suoni meglio. Perché finalmente è di nuovo musica, non un processo a te stesso.